Ad Antonio, ex pugile da quattro soldi, rimane solo il figlio Gabriele dopo che la madre li ha abbandonati entrambi. Di giorno lavora in un cantiere navale e di notte allena il figlio che invece di talento per il pugilato ne ha. Il loro è un rapporto di borgata, fiumicinese, fatto di molte urla che rivelano più affetto che rabbia autentica, fatto di imposizioni ignoranti ed esagerate attenzioni. Per Antonio, Gabriele è tutto, mentre per lui cominciano ad esistere anche altre cose oltre il padre e il pugilato.
Reduce dall’esordio con L’aria salata Alessandro Angelini affronta un’altra storia di paternità anche se con taglio diametralmente opposto, questa volta è lo sguardo di un padre su un figlio e anche di più. Purtroppo è proprio quel “di più”, quella seconda parte di film, così volutamente diversa dalla prima a costituire il tracollo di un’opera che altrimenti si avviava ad essere qualcosa di davvero emozionante e prezioso.
La storia di Antonio Mero, padre di borgata, ignorantissimo e dotato dell’espressione ottusa e quasi vacua che gli dona un bravissimo Castellitto, è di quelle più appassionanti, realmente borgatara e piena di dignità cioè raccontata ad altezza uomo e non dall’alto verso il basso come spesso si vede fare. Antonio è spregevole nelle sue piccolezze e nel suo razzismo ignorante, è un uomo semplice e piccolo coinvolto in un intreccio, uno scenario e alcune dinamiche che lo forzano a mostrare a fatica (e qui ancora bravo Castellitto) il sentimentalismo che si cela dietro la solita brutalità.
Lo stile è europeo, macchina a spalla che segue sempre Antonio prevedendolo in ogni inquadratura, colori poco saturi se non quando serve e profondità di campo azzerata che schiaccia i personaggi contro uno scenario sempre desolato e desolante.
Poi il disastro. Un colpo di scena gira il film e lo manda in un’altra direzione. Cambia il genere e cambiano le intenzioni, di colpo ciò che sembrava un pregio diventa una catena di difetti e in sostanza Alza la testa smette di raccontare dei fatti lasciando emergere tangenzialmente le emozioni per raccontare le emozioni attraverso le solite “espressioni intense” che dovrebbero compiere tutto il lavoro. Come mai dopo tanto buon lavoro il film si trasformi in tutto ciò che non va bene nel cinema italiano “autoriale” moderno è un mistero. Vedere un film cominciare così bene (e così originale per il nostro scenario) e finire così male (e con così tanta banalità) è infinitamente peggio che assistere a un film brutto e sbagliato dall’inizio alla fine.



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